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Quiet firing, quiet quitting... ma hai mai sentito parlare del quiet purging? Si tratta di un nuovo fenomeno, nato negli USA. Le aziende, per risparmiare costi, revocano lo smart working, puntando sul fatto che i dipendenti preferiscono dimettersi piuttosto che tornare full time in ufficio.
Letteralmente, quiet purging significa eliminazione silenziosa.
Si tratta di una pratica non formalizzata, ma sempre più discussa, con cui alcune organizzazioni introducono politiche più rigide, come l'obbligo di rientro in ufficio o requisiti di presenza più stringenti, nella speranza che una parte dei dipendenti scelga spontaneamente di lasciare l'azienda.
L'obiettivo? Ridurre l'organico senza ricorrere a licenziamenti collettivi o piani di ristrutturazione espliciti.
Il quiet purging descrive una strategia attraverso cui un'organizzazione modifica intenzionalmente le condizioni di lavoro, rendendole meno favorevoli per alcuni dipendenti, con l'aspettativa che siano loro a rassegnare le dimissioni.
Tra gli esempi più citati figurano:
Diversamente da un licenziamento, la scelta di interrompere il rapporto di lavoro rimane formalmente nelle mani del dipendente.
Negli Stati Uniti molte aziende stanno rivalutando i modelli di lavoro introdotti durante la pandemia. Le ragioni possono essere diverse:
Non tutte le aziende che richiedono il rientro in ufficio stanno adottando una strategia di quiet purging. In molti casi il ritorno in presenza risponde a esigenze organizzative o di business. Il termine viene utilizzato quando queste decisioni sembrano avere come effetto, o come obiettivo implicito, quello di incentivare le dimissioni volontarie.
Il lavoro ibrido è diventato uno dei benefit più apprezzati dai professionisti. Per molte persone rappresenta un elemento determinante nella scelta di un datore di lavoro, tanto quanto retribuzione, opportunità di crescita e welfare.
L'introduzione di politiche di presenza più rigide può quindi avere effetti significativi:
Per questo motivo il ritorno in ufficio continua a essere uno dei temi più dibattuti nelle strategie HR.
Nel breve periodo il quiet purging può apparire come una soluzione meno onerosa rispetto a un piano di riduzione del personale. Nel lungo termine, tuttavia, presenta diversi rischi.
Le prime persone a lasciare l'organizzazione potrebbero essere proprio quelle con maggiori opportunità sul mercato del lavoro.
Se i dipendenti percepiscono che alcune decisioni sono finalizzate a spingerli verso le dimissioni, la fiducia nell'organizzazione può diminuire, con possibili ripercussioni sulla reputazione come datore di lavoro.
Anche chi decide di rimanere potrebbe vivere un clima di maggiore incertezza, con effetti su motivazione, produttività e senso di appartenenza.
Le aspettative dei candidati sono cambiate. La flessibilità continua a essere uno dei fattori più richiesti e politiche percepite come troppo rigide possono rendere più complesso attrarre nuovi professionisti.
Più che concentrarsi esclusivamente sul luogo di lavoro, molte organizzazioni stanno cercando un equilibrio tra esigenze di business e aspettative delle persone.
Alcuni elementi possono fare la differenza:
Il quiet purging riflette una trasformazione più ampia del mercato del lavoro. La discussione non riguarda soltanto il numero di giorni trascorsi in ufficio, ma il modo in cui aziende e professionisti ridefiniscono il proprio patto reciproco.
Per i datori di lavoro, la sfida consiste nel trovare un equilibrio tra produttività, collaborazione e sostenibilità organizzativa. Per i professionisti, valutare un'opportunità significa sempre più considerare l'intera esperienza lavorativa, inclusi flessibilità, autonomia e cultura aziendale.
In questo contesto, le decisioni sulle modalità di lavoro rischiano di diventare non solo uno strumento organizzativo, ma anche un elemento determinante per attrarre, coinvolgere e trattenere i talenti.
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In questo articolo approfondiamo il significato del nuovo trend quiet purging, con tutte le relative implicazioni e conseguenze per le aziende.
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